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SottoBanco incontra i Cani Sciolti

I Cani Sciolti fanno tanto parlare, ma forse è molto quello che devono ancora raccontarci. Nel frattempo, ecco come hanno risposto alle domande di “SottoBanco”. 

Perché definirvi “Cani Sciolti”?

Perché è il modo più adeguato per descrivere il nostro essere liberi da qualsiasi obbligo, modello, canone musicale e mentale”.

 Raccontateci brevemente la storia del gruppo.

L’idea nasce dalle due voci, Stefano Adamo e Filippo Tascini, che, stanchi delle solite basi elettroniche per i loro testi impegnati e in rima, si sono detti: “Perché non provare a fare un progetto musicale tutto nostro?” La line-up attuale nacque il 2 agosto del 2010 e comprende Leonardo Parasecolo al basso, Ugo Rizzoli alla chitarra e il batterista Leonardo Tomba. Inizialmente era per uno scherzo, una serata d’esordio, che si è rivelata un bel punto di partenza, tanto che il giorno successivo, nel pub dove ci eravamo esibiti, c’era gente che già canticchiava le nostre canzoni. Allora, ci siamo convinti che non potevamo buttare via una cosa del genere: abbiamo deciso che dovevamo calmarci, renderci conto delle potenzialità che avevamo e lavorarci sopra. Ad oggi, abbiamo fatto tantissimi live, una ventina circa che, crediamo, non sono pochi per un gruppo emergente. Molte sono le soddisfazioni ricevute fino ad ora: tra queste l’aver conquistato la chiusura del Tuder Rock, il festival musicale più importante di Todi”. 

Vi aspettavate riscontro tale?

Sinceramente no. Ma preferiamo un applauso motivato da un complimento o piuttosto una critica rispetto a un pubblico che approva tutto senza commenti. È l’ascolto quello che vogliamo perché la musica va fatta per il cervello e non per i piedi”. 

Quali sono le vostre influenze musicali?

La musica è musica, a 360°. Ascoltiamo dall’ house al rap, dal rock al jazz, dal fusion alla classica. Forse, alla fine, un canone musicale lo abbiamo ed è l’eclettismo, ovvero andare a prendere dai diversi generi e creare qualcosa di nuovo. Questo fa sì che noi non abbiamo una vera identità, ma, alla fine, ci fa avere un’identità, in un certo senso. Sembra una cosa contraddittoria, ma è così”.

Quali sono i temi delle vostre canzoni?

Ci sono due “filoni” essenzialmente, uno introspettivo e uno politicamente e socialmente impegnato. Quando scriviamo è vivere un viaggio mentale, è oltrepassare i confini e, infatti, il tema di una delle nuove canzoni è, proprio, il concetto che la nostra mente non ha limiti prefissati, è libera”.

Secondo voi, è possibile fare musica in Italia ed arrivare al successo? Cosa pensate del fenomeno dei talent show?

La situazione italiana è un po’ strana, problematica. Sono intervenuti i talent show che, sono qualcosa di disastroso, aberrante perché è come se la musica avesse tante fasce e la più importante di queste, perché la più visibile, è proprio quella dei talent show. I talent show sono come pane circense, distraggono dalla realtà, da quello che la musica è veramente. La nostra è la società dell’apparenza, del sintetico, della banalità. Ecco perché Lady Gaga ha così successo: bella presenza scenica, ma zero emozioni. Grandi artisti, come gli Afterhours e i Marlene Kuntz passano spesso in secondo piano, come dimenticati, finiscono per essere underground e, per questo, credo che arrivare a livelli di massima visibilità sia impossibile”.

Che cos’è la musica per voi?

È un rifugio, il mondo utopico che abbiamo creato, un mezzo per trasmettere idee. È catarsi, purificazione dell’animo da cattivi pensieri, una valvola di sfogo molto efficace”.

Avete progetti o aspettative future?

Preferiamo vivere alla giornata, cogliere il presente, non ci poniamo troppe domande. Tra poco, ci “formalizzeremo” alla SIAE, stiamo registrando, scrivendo, provando e, infatti, teniamo a precisare che questa pausa che ci siamo presi è solo uno stop per vivere al meglio questa passione comune che ci unisce e rafforzare questa grande amicizia che si è creata”.

Come definireste l’esperienza che state vivendo con cinque sole parole?

Delirante, impetuosa, nuova, formativa e stimolante”.

Sofia Fabrizi

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