Italia

L’Italia divisa alle prese con il Tav

La guerra dei no Tav continua: da giorni, le proteste dilagano in Val di Susa e in tutta la penisola. Sono migliaia i manifestanti che hanno bloccato treni e stazioni, occupato strade, invaso uffici e sedi di partito, talvolta, mettendo a rischio la propria vita. Lo scorso 2 marzo, il premier Monti ha annunciato la volontà del governo di realizzare tempestivamente l’opera, contrastando ogni forma di illegalità e di violenza. Nonostante ciò, la battaglia per fermare il “supertreno” va avanti: sono centinaia i presidi, le assemblee e i cortei organizzati. Il progetto, ideato già negli anni ’90, di una nuova linea ferroviaria internazionale ad alta velocità che collegherebbe le città di Torino e Lione, divide da sempre l’opinione pubblica. I sostenitori l’hanno descritta come l’occasione italiana per aprirsi all’Europa e non rimanere isolati, come la soluzione più efficiente per porre rimedio alla saturazione delle linee ferroviarie esistenti e rilanciare economicamente il Paese. Al contrario, il movimento no Tav ritiene che l’Italia sia già abbondantemente collegata all’Europa, soprattutto attraverso la Val di Susa, che i collegamenti esistenti siano utilizzati solo parzialmente per mancanza di passeggeri, che per il Piemonte tale investimento sia catastrofico perché lo priverebbe di risorse destinate alla ricerca e al risanamento della crisi industriale. Non solo: ulteriori pericoli sarebbero le infiltrazioni mafiose nelle gare di appalto, lo sfruttamento del lavoro precario per mano d’opera in gran parte extracomunitaria, lo sperpero di denaro pubblico gestito da privati e le minacce ambientali. Infatti, la linea Torino-Lione sarebbe quasi tutta in galleria e, per costruirla, sarebbe necessario scavare un enorme quantitativo di rocce, immettendo nell’aria fibre di amianto, un materiale fuori legge dal 1977, e uranio, provocando disagi notevoli per la popolazione locale, costretta a sopravvivere in un inferno di rumori e caos. Che il “supertreno” si farà sembra ormai una certezza, costi e emissioni di CO2 a parte, ma l’Italia ne ha, davvero, bisogno?

 Sofia Fabrizi

 

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